Vigna del Pozzo a Belicello, Menfi, Sicilia

Dieci anni di vino

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Un nuovo anno, un piccolo bilancio: i primi dieci anni della vita che ho scelto

La mia azienda esiste da molto tempo, i vigneti a Belicello ci sono da quasi 100 anni, ma il mio vero avvicinamento al mondo del vino è iniziato alla fine del 2006, dopo la morte di mio padre. Prima mi occupavo di altro: mercati esteri, promozione, contabilità, e davo una mano sia in vendemmia che in cantina, ma senza avere alcuna responsabilità diretta né sui metodi di coltivazione, né nelle scelte di vinificazione.

Quando mio padre improvvisamente è scomparso, il dolore della perdita si è accompagnato all’inevitabile riflessione su cosa ne sarebbe stato dell’azienda. E non è stata una riflessione lineare, né scontata. Ci sono stati momenti in cui ho pensato di vendere tutto, di andare via da Menfi, di cercarmi un lavoro altrove, magari sempre nel mondo del vino, a fare quello che sapevo fare: comunicare, vendere, organizzare.

Sapevo poco o nulla di viticoltura, e ancor meno di vinificazione, e pensare che avrei dovuto sobbarcarmi interamente un peso così smisurato mi sembrava un’impresa molto al di sopra delle mie possibilità. Mia madre mi ha dato la forza per restare, e la fiducia per immaginare che avrei potuto farcela.
Ho iniziato a mettere le mani nel vino un giorno dopo l’altro, cercando in questa terra le ragioni di quella che avrebbe potuto essere la mia vita da quel momento in avanti. Ho cercato di imparare da tutti e da tutto, innanzitutto dal bravissimo enologo consulente che aveva lavorato con mio padre fino a quel momento, e che mi ha insegnato tutto quello che io sono stata in grado di imparare: una vinificazione convenzionale con due punti cardine - l’estrema attenzione al terroir e il massimo rispetto per la vigna - trasferendomi la sua visione da langarolo (lui è uno di Langa) di vini lenti e longevi, di pulizia maniacale, di cura per i dettagli.
Una persona alla quale devo tutto quello che sono oggi.

Ma questo non mi bastava. Ho iniziato a bere di tutto, a non accontentarmi, a girare per cantine, a chiedere consiglio ai colleghi di tutte le regioni e di tutte le parrocchie (dagli industriali ai super naturali puzzoni ed estremisti) per scoprire, dopo qualche anno, che i vini che facevamo nel modo in cui li facevamo non mi piacevano più, ed è stata una scoperta orribile.
Era il 2010, ed ho capito che avrei dovuto iniziare a camminare con le mie gambe, da sola.

E' iniziato un lungo percorso, non sempre privo di ostacoli e fatto anche di brusche frenate e marce indietro.
Ho iniziato a sperimentare cose che non c’entravano nulla con quello che avevamo fatto fino a quel momento: le fermentazioni spontanee, le macerazioni, la vinificazione senza solfiti e senza additivi. Ho infilato cacca di mucca nei corni e litigato con i vicini che non mi bruciassero i fossi. Ho fermentato con i raspi e senza, con le bucce e senza, con i vinaccioli e senza, e in ogni materiale a portata di mano, dall’acciaio al legno alla plastica alla vetroresina al vetro, ho fatto vino nelle barriques nuove, nelle bagnère e nei bidoni per la feccia. Ho fatto cose del tutto imbevibili che hanno preso la strada del depuratore senza un battito di ciglia, e cose quasi imbevibili che ogni tanto stappo da sola e senza dirlo a nessuno per capire dove ho sbagliato.

Ho imparato ad amare questo lavoro e ad amarlo al di là delle scelte individuali e delle etichette che tutti noi vignaioli amiamo appiccicarci addosso (beh, forse non tutti, ma moltissimi di sicuro), al di là delle parrocchie e degli schieramenti e degli amici di trazzèra. Ho scelto la mia strada che è molto diversa da quella che avevo imboccato dieci anni fa e continuo a chiedere consigli a tutti quelli che hanno piacere di condividere con me la loro idea di vino, le loro scelte e le loro esperienze, e non mi basta ancora.

Qualche mese fa ho incrociato sui social una conversazione che ho seguito tenendomi in disparte. Mi ha colpito, al di là delle cose che si dicevano, questa affermazione fatta da un produttore, che aveva come oggetto la denigrazione del mio lavoro e l’incredulità riguardo alle mie scelte attuali: “io fatico a capire chi cambia in corso d’opera”.

Mi ha colpita perché io invece fatico a capire chi rimane sempre uguale a se stesso, chi non si fa mai delle domande, chi pensa di avere in tasca la verità rivelata.

Fare il vino è un viaggio meraviglioso, e la cosa più bella è che non si arriva mai. Puoi solo gioire di aver conquistato una tappa, una alla volta, con i tuoi tempi e i tuoi ritmi, sapendo perfettamente che c’è un’altra vendemmia fra qualche mese e un altro obiettivo subito dopo la prossima curva, ma senza essere mai del tutto sicura sul come lo raggiungerai.

Questi dieci anni sono volati, e a me sembra di avere appena iniziato.
Ho nel cuore il sorriso di mio padre, nella testa le parole di chi mi ha dato dei buoni consigli, nel bicchiere il vino dei vignaioli che amo.

 

Tags: Marilena Barbera, viticoltura, la magia del vino, agricoltura, vignaioli indipendenti

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